Edoardo Luca Radice
Edoardo Luca Radice

Mi chiamo Edoardo Luca Radice, sono nato a Saronno il 20 luglio 1969 — quindici minuti prima che Neil Armstrong pronunciasse la celebre frase “Houston, Tranquility Base here. The Eagle has landed”.

Ho conseguito la laurea in Fisica Generale presso l’Università di Milano, con una tesi sull’emissione X negli ammassi compatti di galassie. Mi definisco un astrofisico non praticante: in Italia intraprendere la carriera astrofisica è difficile, soprattutto agli inizi, e richiede alcune rinunce che io non ero disposto a fare. Ho quindi scelto di fare della fisica e dell’astronomia un hobby serio e dedicarmi ad un’altra professione. L’astronomia, tuttavia, non è mai stata per me un interesse fra gli altri: non ho memoria di essermi appassionato al cielo, perché il cielo è con me da sempre.

Fotografo le stelle da oltre quarant’anni. Cominciai a tredici anni con la vecchia macchina a pellicola di mio padre — obiettivo fisso e nessuna nozione alle spalle: la mia prima fotografia fu la strisciata della Luna che sorgeva dietro la casa del vicino. Sono cresciuto nella fotografia analogica, quando significava restare quarantacinque minuti all’oculare, con il reticolo illuminato, per inseguire a mano una stella e ottenere una posa che oggi si realizza in pochi secondi. Non rimpiango minimamente quella fatica, ma sono convinto che quanto appresi allora — i tempi di posa, la pianificazione, l’inquadratura — conservi piena validità: cambia il supporto, ma si catturano sempre fotoni, e i principi di base restano gli stessi. È questa continuità che mi ha agevolato nel passaggio dall’analogico al digitale.

Oggi mi dedico soprattutto all’elaborazione delle immagini astronomiche con PixInsight, di cui sono un collaboratore ufficiale e Ambassador. Tengo lezioni e workshop in tutta Italia e seguo la community italiana dedicata al software. Ho partecipato come relatore al CEDIC di Linz, in Austria, nelle edizioni del 2019 e del 2024, e ho contribuito alla messa a punto degli strumenti di calibrazione fotometrica del colore (PCC e, successivamente, SPCC) e dei tool di correzione dei gradienti — questi ultimi nati, di fatto, per trattare le mie immagini riprese sotto un cielo difficile, all’interno del progetto Messier @ Home.

La mia visione dell’astrofotografia

Per me un astrofotografo è chi fotografa il cielo notturno con comprensione consapevole del processo. Questo significa sapere cosa accadrebbe se l’automazione venisse disattivata — non perché sia necessario farlo, ma perché la conoscenza sottostante orienta le scelte tecniche. L’automazione è un mezzo legittimo; ciò che conta è non delegarvi il pensiero.

La vera competenza sta nel riconoscere una galassia, una nebulosa a emissione o a riflessione, e comprendere i principi fisici che le determinano. Questi stessi principi — accessibili al livello delle scuole secondarie — informano le decisioni sulla strumentazione e sul processing.

Gli smart telescope rappresentano una tendenza che mi preoccupa, non per la tecnologia in sé, ma per la filosofia sottostante. La remotizzazione e l’automazione possono essere strumenti utili — anzi, è valido poter gestire l’equipment da un luogo con cielo migliore. Quello che critico è il modello in cui il risultato finale è l’unico elemento che importa, mentre tutto il processo intermedio — acquisizione, calibrazione, comprensione dei dati — viene considerato un ostacolo. In questo approccio, per ottenere un risultato non è necessario saperne di più, ma di meno.

La diversità nei risultati astrofotografici va compresa, non appiattita.

Il colore come documento

Sul colore mi considero un integralista. Ritengo che in astronomia il colore debba possedere una valenza documentale, un significato preciso. Mi ha conquistato fin da subito la filosofia di PixInsight, l’agnosticismo cromatico: assumere una popolazione di stelle sufficientemente ampia, che risulta globalmente bianca, e impiegarla come riferimento per il bilanciamento. Si ottiene così una calibrazione il più possibile oggettiva — termine che non equivale a “giusta”, bensì a condivisibile: due strumentazioni analoghe restituiscono risultati paragonabili, e l’immagine racconta qualcosa di reale sull’oggetto, non soltanto qualcosa di fotogenico. Non si tratta di uniformare i risultati, ma di esaltarne le differenze a partire da un punto di bianco comune.

Da dove nasce il nome L’Arciere Celeste

Fino a pochi anni fa mi dedicavo all’arcieria, praticando il tiro di campagna: uno stile di tiro che si svolge a contatto con la natura, lungo percorsi tracciati nei boschi. Il mio arco preferito era il ricurvo classico in legno, senza mirino né altri “orpelli” — l’essenziale, e nient’altro. Da quella passione, e dal cielo che mi accompagna da sempre, viene il nome L’Arciere Celeste.

Perché lo faccio

Ciò che più mi spinge, negli ultimi anni, è condividere un’idea di astrofotografia — ed è quanto cerco di fare nei corsi, dove non mi limito a insegnare l’uso di un software. Non esiste una “ricetta”: esiste un metodo di base, ma ogni immagine va compresa ed elaborata di conseguenza. Cerco di osservare il mondo attraverso le leggi fisiche che lo governano. Mi piace dire che Sono un fisico non perché ho studiato fisica, ma ho studiato fisica perché sono un Fisico. È questo lo sguardo che cerco di trasmettere, ed è la ragione per cui continuo a fotografare il cielo.

Su questo sito raccolgo tutorial, articoli e prove sul campo; le immagini sono invece pubblicate sulla mia galleria AstroBin.