Premessa
Il mercato dei telescopi smart offre oggi sempre più soluzioni pensate per abbattere le barriere d’ingresso all’astrofotografia, il DWARF Mini di DWARFLAB si colloca proprio in questa fascia di strumenti entry level ad un prezzo accessibile a tutti: ottica, montatura, sensore e software convivono in un dispositivo unico, a cui si accede tramite smartphone o tablet.
![]() |
|---|
Ci tengo a ringraziare Tecnosky, che mi ha dato la possibilità di mettere alla prova lo strumento prestandomelo, insieme al suo treppiede, per questa recensione.
Come nel caso della prova precedente di uno ZWO Seestar S30, anche in questo caso parto dal punto di vista dell’astrofotografo “navigato” che vuole arricchire il proprio parco telescopi, pur considerando tutti i limiti che uno strumento da 30 mm di diametro può avere.
Seguirò quindi lo stesso schema della precedente recensione, senza però mettere i due sistemi a confronto diretto: non è nel mio stile, preferisco raccontare ogni strumento per quello che mi è sembrato.
Scheda tecnica
| Caratteristica | |
|---|---|
| Ottica (tele) | Rifrattore apocromatico, 6 lenti, 30 mm |
| Lunghezza focale | 150 mm (eq. 1016 mm full-frame) |
| Rapporto focale | f/5 |
| Ottica (wide) | 3.4/6.7 mm, eq. 45 mm full-frame |
| Sensore | Sony IMX662 (Starvis 2), colore |
| Risoluzione | 1920×1080 (Full HD), foto RAW 2 MP |
| Filtri integrati | Astro (430–690 nm) · Dual Narrowband (Hα 656,3 nm / OIII 500,7 nm) · Dark Frame |
| Filtro esterno | ND (filtro solare), aggancio magnetico (incluso) |
| Montatura | Alt-azimutale motorizzata, GoTo + tracking; modalità EQ disponibile |
| Angoli di rotazione | 225° (tubo ottico), 360° testa |
| Autofocus / Plate solving | Sì, gestiti da app |
| Esposizione singola | Fino a 90 s (modalità equatoriale) |
| Batteria | 7000 mAh, ~4h autonomia, ricarica USB-C in ~100 min |
| Memoria interna | 64 GB |
| Formati file | JPG/FITS/TIFF (foto), MP4 (video) |
| Connettività | Wi-Fi (2.4/5 GHz, portata ~15 m), Bluetooth 5.0, USB-C |
| Peso | ~840 g |
| Attacco treppiede | Filettatura fotografica standard 1/4" (treppiede non incluso) |
Unboxing e primo utilizzo
Il DWARF Mini tiene davvero fede al suo nome, con ingombri che superano di poco quelli di uno smartphone, si presenta estremamente compatto e trasportabile.
Nella scatola si trova il telescopio, il filtro solare ad aggancio magnetico, il cavo USB-C, utilizzabile per ricaricare la batteria o per trasferire i dati su PC, e un piccolo panno in microfibra: treppiede e borsa per il trasporto sono optional a pagamento.
![]() |
|---|
Il telescopio è davvero essenziale: può essere appoggiato a terra o su un tavolo e utilizzato subito in modalità alt-azimutale anche senza un vero e proprio stativo.
Gli assi del telescopio sono frizionati e quindi è possibile ruotarli liberamente anche a mano senza usare i motori: l’asse di altezza/declinazione può essere ruotato di 225° mentre quello di azimuth/ascensione retta permette una rotazione libera di 360°.
Come accennato sopra, Tecnosky, insieme al telescopio, mi ha inviato anche il suo supporto originale: un piccolo treppiede con gambe allungabili e testa idraulica che offre movimenti frizionati e ben controllabili.
Il treppiede ha una portata massima dichiarata di 3 kg e si allunga fino a circa mezzo metro d’altezza. Le gambe possono essere allargate in diverse posizioni, così da offrire sempre una base stabile, e consentono di montare il telescopio sia in altazimutale che in equatoriale.
In configurazione equatoriale, però, manca una funzione a mio parere importante: i movimenti micrometrici per raffinare l’allineamento polare. Con quelli sarebbe stato perfetto; anche senza tale funzione però, con un po’ di pazienza, si arriva comunque a un allineamento decente.
La prima connessione allo smart telescope è davvero immediata: tramite la funzione NFC la rete WiFi dello smartphone si autoconfigura, la connessione è pressoché immediata e lo strumento è pronto all’uso in pochissimo tempo.
Come per la recensione precedente la prima prova l’ho voluta fare sul Sole.
Il puntamento di Sole e Luna è semiautomatico e si svolge in tre passaggi: prima si punta l’oggetto spostando a mano il telescopio, poi si raffina l’inquadratura con il joystick dell’app — usando la ripresa a largo campo come guida — fino a portare l’oggetto nel campo della camera principale, infine si dà il comando di puntamento. Da lì in avanti fa tutto il telescopio: esegue una rapida calibrazione, centra l’oggetto e comincia a inseguirlo in modo molto preciso.
Ovviamente in queste fasi l’applicazione guida l’utente in ogni passaggio ricordandogli anche di montare il filtro solare — fornito in dotazione — prima del puntamento per evitare di danneggiare irreparabilmente il sensore.
In modalità planetaria, il telescopio usa automaticamente solo la parte centrale del sensore, producendo immagini con una dimensione di 720×1280 pixel: La scelta è più che condivisibile, infatti, data la corta focale dell’ottica, le immagini di Sole e Luna sono piuttosto piccole e quindi scaricare l’immagine a tutto campo comporterebbe il salvataggio di dati inutili.
L’applicazione imposta in automatico tempo di posa e guadagno del sensore, in modo da dare un’esposizione ottimale, dando però all’utente l’opportunità di modificare manualmente questi settaggi; infatti, personalmente, ho preferito abbassare leggermente il tempo di posa per avere il centro del disco solare un pochino più scuro.
Premendo il pulsante di avvio, il telescopio acquisisce un certo numero di frame (definibile dall’utente) e ne genera automaticamente un’immagine combinata, con un rapporto segnale/rumore decisamente migliore rispetto a uno scatto singolo.
Durante questa fase, però, il software resta bloccato: non si può fare altro. La produzione del “master” richiede diversi minuti se gli scatti sono molti (L’operazione di stacking circa quasi 4 secondi per fotogramma), e non ho trovato alcun modo di interromperla (per esempio se si è lanciata la sequenza per errore).
Ho trovato questa scelta abbastanza irritante: non sarebbe stato male avere un pulsante che permetta di inviare al telescopio un comando di interruzione della procedura.
Nonostante questo limite, lo stacking migliora molto la qualità delle immagini finali, anche con soli 20-30 scatti singoli. A fare la differenza, in questo campo, è semmai l’ottica: 30 mm di diametro sono pochi, e la risoluzione ne risente. Del Sole si vedono bene le macchie, le facole più luminose e l’oscuramento del bordo, con un accenno di granulazione; molto interessante dal punto di vista didattico, ma niente di più.
![]() |
|---|
| Il Sole del 14 agosto 2026 alle 16.57 TU |
La procedura di puntamento e acquisizione della Luna è identica a quella del Sole e le immagini mostrano gli stessi limiti di risoluzione dovuti al diametro scarso. Sia ben chiaro: questo non è un difetto dello strumento, è qualcosa legato al diametro dell’ottica e non migliorerebbe nemmeno utilizzando un sensore migliore: si tratta di un limite fisico di cui bisogna essere coscienti quando si acquista lo strumento; se il vostro obiettivo è fare ripresa planetaria non è il telescopio giusto, semplicemente perché non è stato pensato per fare questo lavoro.
Risoluzione a parte, se si acquisisce la Luna con un buon numero di pose (almeno una trentina), si riesce ad ottenere un rapporto segnale/rumore tale da permettere di fare, in post produzione con un software di elaborazione esterno (nel mio caso ho usato PixInsight), una discreta elaborazione con la tecnica Mineral Moon usando direttamente il master creato dal software del DWARF.
Chi fosse interessato ad approfondire l’elaborazione Mineral in PixInsight, può guardarsi il mio tutorial youtube a questo link.
![]() |
|---|
| La Luna del 22 agosto 2026 alle 19.58 TU (Elaborazione PixInsight) |
Il profondo cielo
Dove il DWARF Mini dà il meglio di sé è certamente l’astrofotografia del profondo cielo su campi medi. Purtroppo non ho avuto modo di provarlo da un cielo decente: mi sono dovuto accontentare del cielo cittadino dell’hinterland bresciano; l’SQM tipico di casa mia è 18,6 mag/arcsec², quindi un cielo fortemente contaminato dall’inquinamento luminoso. Il mio scopo principale, però, era quello di provare le caratteristiche di inseguimento e la facilità d’uso dello strumento, quindi la qualità del cielo non ha inficiato la prova, anzi, visti i risultati ottenuti ha reso questo strumento ancor più interessante.
Per il test ho fotografato alcuni degli oggetti “classici” dell’estate con pose tra i 15 e i 30 secondi, sia in configurazione altazimutale che equatoriale, provando anche la modalità che estende il campo creando, di fatto, un mosaico.
La prima prova è stata in modalità altazimutale, questo è il modo più semplice e veloce di usare lo strumento: si posiziona su una superficie piana o, meglio, su un treppiede; si ruota manualmente l’ottica puntando il cielo e poi, dall’applicazione, si passa in modalità foto e si seleziona, dall’iconcina in alto a destra, la modalità profondo cielo.
A questo punto il DWARF attiva la camera a grande campo e, dopo qualche istante, mostra direttamente sullo schermo gli oggetti principali inquadrati. Se non c’è quello che si vuole vedere si può spostare lo strumento con il joystick dell’app e gli oggetti inquadrati si aggiorneranno in tempo reale.
In alternativa si può passare attraverso l’atlante stellare in app (che richiede un download aggiuntivo) cercando e selezionando l’oggetto a cui si è interessati.
In entrambi i casi, dopo aver selezionato l’oggetto e confermato l’allineamento il DWARF effettua una veloce calibrazione, tramite soluzione astrometrica delle immagini, quindi punta l’oggetto con precisione: in meno di un minuto l’oggetto è al centro del campo e, se abbastanza luminoso, già visibile.
A seconda delle caratteristiche fisiche dell’oggetto il software seleziona il filtro a banda larga “Astro” oppure quello a banda stretta “Duo-Band”, tuttavia, cosa positiva, questa scelta può essere modificata dall’utente.
La ruota porta in realtà una terza posizione, indicata come “Dark Frame”: non è un vero filtro, ma un tappo opaco che il sistema inserisce da solo per acquisire i dark durante la sessione, senza alcun intervento da parte dell’utente. È grazie a questo automatismo che nella memoria interna si trovano i master dark di cui parlerò più avanti.
In modalità Altazimutale DWARFLAB consiglia tempi massimi di 15 secondi, ho voluto provare anche tempi più lunghi ma in effetti intorno ai 30 secondi le stelle cominciano a mostrare un allungamento evidente, quindi i tempi consigliati sono assolutamente corretti e cautelativi.
L’obiettivo dello scatto è stato NGC 7023 o Nebulosa Iris.
Pose da 15 secondi, GAIN 60, filtro ASTRO, esposizione totale 1 ora e 37 minuti, cielo Bortle 7-8.
L’integrazione finale, ovviamente, mostra i limiti delle riprese in modalità altazimutale, con il centro dell’immagine esposto al 100% e i bordi via via peggiori a causa della rotazione di campo, ma il software del telescopio ha allineato e sommato i singoli frame perfettamente.
![]() |
|---|
| Il file grezzo della nebulosa Iris in modalità Altazimutale |
Una volta prodotto il master, si passa alla modalità di elaborazione: l’app del DWARF fornisce un servizio basato sul cloud chiamato “Stellar Studio”: si impostano le correzioni che si intendono effettuare (riduzione dei diametri stellari, riduzione del rumore, ecc.) poi si conferma e il cloud fa tutto producendo l’immagine finale ritagliata ed elaborata.
Il risultato è davvero stupefacente, le elaborazioni che ho provato non sono mai eccessive né nell’estrazione del segnale e nemmeno nella riduzione del rumore, rendendo immagini ben bilanciate.
![]() |
|---|
| La nebulosa Iris elaborata tramite Stellar Studio: il formato è dovuto al ritaglio per eliminare le aree a basso SNR dovute alla rotazione di campo |
Tuttavia, sebbene questo miracolo possa affascinare e stupire l’utente alle prime armi (e non solo), personalmente avrei preferito avere un po’ più di controllo sulle operazioni in post produzione. A parer mio un software di elaborazione di base dovrebbe fornire un minimo di controllo su istogramma, curve e intensità degli effetti applicati (come denoise e riduzione delle stelle) possibilmente disponibili anche offline (per esempio per quando si è in alta montagna senza copertura internet), Stellar Studio invece toglie ogni incombenza all’utente fornendogli il prodotto finito senza alcuna possibilità di modifica.
Per aggirare il problema dell’eccessiva rotazione di campo in modalità altazimutale è possibile usare un trucchetto: si riprende lo stesso oggetto in diverse serate consecutive più o meno alla stessa ora per un periodo di tempo breve (meno di 30 minuti) in modo da minimizzare la rotazione di campo della singola serie e poi si vanno ad integrare le diverse riprese usando la funzione “Mega Stack” del software di gestione.
Mega Stack permette di selezionare diverse riprese acquisite in giorni diversi e unirle in un unico master che poi può essere dato in pasto a Stellar Studio o esportato per un’elaborazione esterna.
L’immagine che segue è una ripresa di M13 eseguita in 3 serate successive con pose da 15 secondi: per mostrare il telescopio agli amici avevo eseguito brevi riprese, massimo 5 minuti, del celeberrimo globulare di Ercole più o meno sempre alla stessa ora. Con Mega Stack ho unito le diverse sessioni e poi ho portato il master su PC per elaborarlo con PixInsight.
Il risultato è molto interessante, tenendo conto che la ripresa è, come sempre, stata effettuata sotto un cielo Bortle 7.
![]() |
|---|
| Ripresa di M13 in serate diverse unite con la funzione Mega Stack — elaborazione PixInsight |
La vera potenzialità del DWARF Mini, però, si mostra nel momento in cui si passa dalla modalità altazimutale a quella equatoriale: a questo punto non si è più limitati ai 15 secondi di posa, ma si può allungare fino a 90 secondi.
L’operazione di allineamento polare è molto semplice e guidata passo passo dall’applicazione:
- Si punta l’asse di rotazione verticale del telescopio grossolanamente verso la polare
- Si punta l’ottica verso il cielo
- Si inizia la procedura di verifica: il software a questo punto indica di quanto l’asse è disallineato dal polo e suggerisce di quanti gradi ruotarlo in azimut e altezza per migliorare l’allineamento.
- Si ripete la procedura di verifica e il software ricalcola il nuovo disallineamento: se è entro certi limiti avvisa che l’allineamento è sufficientemente buono ma dà comunque l’opportunità di raffinarlo se lo si desidera.
Con un paio di iterazioni di solito si ottiene un buon allineamento.
In questo caso però risulta estremamente utile, se non essenziale, un supporto che permetta la regolazione micrometrica del puntamento, infatti tramite i movimenti di una normale testa snodata è difficile avere la sensibilità di 1°.
Uso una piccola testa micrometrica che, visto il minimo peso del DWARF, è perfetta allo scopo.
![]() |
|---|
| Il supporto micrometrico per effettuare l’allineamento fine al polo |
Le riprese effettive però le ho fatte con pose da 30 secondi a causa dell’eccessivo inquinamento luminoso della mia zona, provando anche, come spiegherò tra poco, ad eseguire la procedura di calibrazione ed integrazione dei file grezzi in PixInsight.
Come prova ho ripreso NGC 6888, la Crescent Nebula, in una notte di Luna nuova, sempre da casa e usando il filtro Duo-Band, che seleziona l’emissione della riga e del doppietto dell’ossigeno.
A questo proposito, purtroppo, non ho trovato informazioni ufficiali sulla larghezza di banda del filtro, ma il suo fratello DWARF 3 riporta , che parrebbe plausibile anche per DWARF Mini. Se così fosse nel filtro entrerebbe anche, marginalmente, l’emissione che porterebbe ad un miglior bilanciamento cromatico delle regioni HII.
Nelle immagini che seguono si può vedere l’immagine grezza creata dal DWARF, l’elaborazione di Stellar Studio e quella che ho fatto esportando i dati su PC e rifacendo tutta la pipeline di calibrazione ed elaborazione in PixInsight.
A proposito di questo è importante sottolineare un discorso interessante; come accennato sopra, il telescopio ha un sensore Sony IMX662 con Pixel da e una focale di 150 mm che porta ad un campionamento di circa 4 arcsec/pixel.
Con un’apertura di 30 mm il disco di Airy a 550 nm è di circa 3,9 arcsec quindi si possono fare due considerazioni:
- Il telescopio praticamente non risente mai della turbolenza atmosferica e lavora sempre in regime diffraction limited.
- L’immagine, secondo il criterio di Nyquist, è sottocampionata e visto l’alto numero di scatti che, tipicamente, si acquisiscono, può beneficiare di un ricampionamento con un DRIZZLE almeno 2x in modo da sfruttare al 100% il potere risolutivo della piccola ottica. Di fatto è come avere un sensore 4K al posto di un Full HD.
![]() |
|---|
| La nebulosa Crescent: immagine grezza integrata dal DWARF Mini |
| 310 scatti da 30 secondi con filtro Duo-Band in configurazione equatoriale |
![]() |
|---|
| Elaborazione automatica tramite Stellar Studio |
![]() |
|---|
| Elaborazione completa eseguendo calibrazione, integrazione e processing in PixInsight |
| Immagine ricampionata con Drizzle 2x |
L’ultima prova che ho effettuato è la modalità mosaico. In questo caso mi sono fermato all’elaborazione fornita dal sistema, senza rifare il mosaico in PixInsight.
Nonostante la focale sia corta, le piccole dimensioni del sensore portano ad un campo inquadrato piuttosto piccolo; la modalità mosaico permette di ampliare il campo fino a 1,8x.
Anche in questo caso viene gestito tutto tramite app: si sceglie l’inquadratura sull’atlante, si espande il campo inquadrato e si lancia la ripresa: il telescopio a questo punto alterna i vari campi da riprendere in modo da avere una copertura omogenea per ciascun pannello e, alla fine della procedura, fornisce il mosaico completo.
Avendo la costellazione del Cigno alta nel cielo ho deciso di riprendere la regione di , Sadr caratterizzata da una stella luminosa circondata da regioni HII piuttosto deboli.
L’esito iniziale, purtroppo, non è stato molto incoraggiante: i quattro pannelli risultavano perfettamente allineati, ma, a causa del forte inquinamento luminoso le linee di saldatura si vedevano chiaramente.
![]() |
|---|
| Anteprima grezza del Mosaico 2x2 della regione di Sadr |
| Le linee di saldatura si vedono, principalmente a causa dei gradienti da inquinamento luminoso |
Per dirla tutta questo risultato, visto il cielo di casa, me lo aspettavo; la sorpresa invece è arrivata passando l’immagine nelle capaci mani dell’AI di Stellar Studio: dopo aver caricato l’immagine sul Cloud e atteso poco meno di un minuto, il mosaico mi è tornato elaborato e senza saldature visibili.
![]() |
|---|
| Mosaico 2x2 della regione di Sadr acquisito in modalità equatoriale ed elaborato da Stellar Studio |
| Immagine ottenuta con 400 scatti da 30 secondi (100 per pannello) |
Devo ancora provare a montare il mosaico con PixInsight, ma ottenere una fusione così ben fatta manualmente sarà sicuramente un lavoro non indifferente, sono certo, tuttavia, che il risultato finale sarà ancora migliore.
Esportare i dati su PC
Come spiegato sopra, il DWARF Mini è in grado di riprendere, integrare ed elaborare le immagini in maniera totalmente autonoma ma, se si vuole sfruttare al 100% i dati forniti dallo strumento, è consigliabile esportare i file grezzi sul PC ed effettuare il post processing o, addirittura, tutta la fase di pre e post processing con un software come PixInsight.
Il trasferimento dei file dal DWARF Mini al computer è semplice: si collega lo strumento con un cavo USB-C (A-C o C-C) e il PC lo riconosce come una normale unità di archiviazione. Basta copiare o spostare i file.
Teoricamente si potrebbe editare il file direttamente sull’unità dello smart telescope, ma è una pratica che sconsiglio vivamente: MAI lavorare sugli originali.
Un consiglio pratico: se si desidera cancellare i dati dal DWARF, per liberare spazio di archiviazione è meglio passare dall’app DWARFLAB (Album → Elimina). È l’unico modo per rimuovere correttamente cartelle e metadati associati, evitando di lasciare indietro file “orfani” sulla memoria interna.
La struttura delle cartelle
Una volta collegato, il DWARF mostra diverse cartelle, ma quelle che contano davvero sono due: CALI_FRAME e DWARF_RAW.
CALI_FRAME è la cartella dei file di calibrazione, divisa in tre sottocartelle — Dark, Flat, Bias — ciascuna a sua volta suddivisa per camera: cam_0 per il teleobiettivo, cam_1 per il grandangolo. La separazione non è casuale: ogni camera ha ottica e sensore diversi, quindi i rispettivi dati di calibrazione devono restare separati per correggere correttamente l’immagine. Qui si trovano sia i file calibrati di fabbrica (bias e flat, individuali per ogni esemplare) sia i dark frame “master” generati automaticamente dallo strumento durante le riprese.
DWARF_RAW è invece la cartella dei light frame veri e propri: ogni sessione di ripresa genera una cartella dedicata con tutti i singoli frame catturati. Questo permette di fare post-processing in totale autonomia.
La cartella contiene:
- I singoli file FIT, non calibrati, della ripresa (compresi quelli che non sono stati utilizzati nello stack automatico identificati come Failed)
- Il FIT Stacked ossia l’immagine integrata in automatico dal telescopio.
- Alcuni file Jpeg che, probabilmente, vengono usati come preview dal software su Smartphone.
- Un file JSON di metadati (shotsInfo.json), con coordinate del target, tempi di posa, guadagno, temperatura del sensore e statistiche di stacking
E per i mosaici?
Nel caso dei mosaici la struttura è solo leggermente più complessa: la cartella della sessione contiene una sottocartella per ciascun pannello, ognuna con la medesima struttura di una sessione singola, poi, nella cartella base c’è un JPEG che mostra la preview del mosaico.
Non c’è un file FIT del mosaico vero e proprio, anche perché, in questo caso, si vedrebbero le saldature (come nella preview) e sarebbe, di fatto, inutilizzabile. Inoltre, leggendo la documentazione, parrebbe che il montaggio vero e proprio dei pannelli venga eseguito non nel telescopio, ma in cloud tramite Stellar Studio.
L’elaborazione con PixInsight
L’elaborazione con PixInsight non comporta particolari problemi a patto di configurare correttamente la gestione dei file FITS in modo da decodificare correttamente la matrice di Bayer.
Il primo passo quindi è impostare i parametri di decodifica usando il Format Explorer
![]() |
|---|
Il parametro più importante da impostare è Coordinate Origin che va impostato a Upper left corner (top-down): in questo modo l’origine delle coordinate viene letta correttamente e quindi la decodifica della matrice di Bayer rende colori corretti.
La seconda accortezza riguarda i master dark, flat e Bias: sono in formato FITS, ma WeightedBatchPreprocessing (WBPP) accetta esclusivamente master in formato XISF (i singoli frames, invece, possono essere usati senza problemi), inoltre il FITS Header manca dei necessari metadati affinché WBPP assegni i file correttamente.
Il trucco quindi è aprire i master aggiungere i metadati mancanti e quindi salvare in formato XISF aggiungendo, all’inizio del nome, la parola MASTER.
In WBPP poi basterà attivare la checkbox Detect masters from path in modo tale che i master file vengano riconosciuti come tali.
Le keyword da aggiungere sono:
- Per i Dark - EXPTIME (indicando poi la durata del dark in secondi)
- Per i Bias - Si può evitare di aggiungere il tempo di posa
- Per i Flat - FILTER (Indicando poi Astro o Duo-Band a seconda del filtro utilizzato)
Per farlo basta aprire la lista delle Keyword con il comando FILE->FITS Header, aggiungere il nome della keyword e il suo valore nei campi in basso e poi premere Add infine confermare la modifica premendo il tasto “Apply” (Quadrato blu).
![]() |
|---|
Una volta salvato in formato XISF il file verrà riconosciuto da WBPP e trattato di conseguenza.
Sarebbe però bello se, in una prossima versione del firmware, i metadati importanti fossero già inclusi nel FITS Header dei file master in modo da semplificare la vita agli utenti.
Se poi fosse incluso il supporto per il formato XISF sarebbe ancora più interessante.
Cosa resta da provare
Ho testato molte funzioni di questo sistema (telescopio + software) ma restano ancora un paio di prove che, certamente, farò in futuro. Innanzitutto la funzione di ripresa della Via Lattea con la camera a grande campo: mi incuriosisce molto vedere il risultato che si può ottenere con un obiettivo tanto piccino (praticamente l’ottica di uno smartphone).
Altra funzione interessante, legata alla piccola camera a largo campo, è quella di ripresa delle tracce stellari: anche in questo caso attendo la disponibilità di cieli bui per fare la prova.
Non ho nemmeno eseguito una misura sistematica dell’autonomia reale della batteria: nelle mie sessioni non sono mai rimasto a secco, ma per dare un dato attendibile servirebbe una prova dedicata, a strumento carico e con la stessa cadenza di ripresa dall’inizio alla fine della notte.
Non ho ancora potuto eseguire sul campo un piano di riprese automatico, ma ho provato a crearne uno: all’inizio ho trovato il software di creazione leggermente macchinoso, ma dopo averne capito la logica, la creazione del piano con le diverse finestre di tempo si è conclusa abbastanza in fretta. Purtroppo l’unica cosa che non si può pianificare è un cielo sgombro da nubi.
Infine non ho provato le funzioni “social” offerte dalla community di astrofili tramite l’app e la funzione “star party”, con cui si può collaborare con altri astrofili sul medesimo target creando esposizioni lunghe sul medesimo soggetto oppure mosaici estesi.
Conclusioni
Come nel caso del Seestar S30 sono combattuto tra stupore per quello che uno strumento tanto piccolo riesce ad ottenere e la paura che la pigrizia intellettuale prenda il sopravvento.
Devo dire però che il DWARF Mini mi ha convinto, una volta capiti i limiti imposti dal diametro dell’ottica.
Il software è migliorabile, sia nell’esperienza d’uso sia nelle funzioni offerte. Per come lo userò io il problema non si pone, perché porto tutto in PixInsight; chi invece si fermerà a Stellar Studio dovrà accettarne le scelte così come sono, ed è lì che spero DWARFLAB intervenga.
L’hardware, invece, è maturo e perfettamente adeguato allo scopo che il produttore si è prefissato.
A chi lo consiglio, quindi? Prima di tutto a chi vuole accostarsi per la prima volta alla fotografia a lunga esposizione del profondo cielo senza doversi impegnare troppo: è lì che il DWARF Mini dà il meglio di sé. Su Luna e Sole può fornire immagini didatticamente interessanti, ma molto limitate dal punto di vista della risoluzione, mentre sui pianeti è praticamente inutile: chi cerca l’alta risoluzione deve guardare altrove.
Lo consiglio però anche all’astrofotografo più esperto che voglia un setup ultraleggero, senza grosse pretese ma con ottime potenzialità e che possa sfruttarne fino in fondo i file grezzi per fare le cose “nel modo giusto”, come recita la pubblicità sul sito: credo ne apprezzerà anche l’aspetto ludico e didattico.
Su quest’ultimo punto ho un aneddoto: l’ho portato con me ad una cena tra amici, l’ho estratto dallo zainetto, posato al centro del tavolo su cui avevamo mangiato e nel giro di pochi minuti ho cominciato a far vedere loro gli oggetti astronomici più luminosi del cielo estivo. Ovviamente io preferisco ancora l’osservazione al telescopio sotto un cielo buio, ma non tutti hanno la costanza e resistenza degli astrofili e quindi lo trovo un buon modo per avvicinare il pubblico all’Astronomia.
Ecco perché il piccolo DWARF Mini è entrato a far parte ufficialmente della mia famigliola di strumenti per astrofotografia leggera.
A questo punto mi piacerebbe provare anche il suo fratello maggiore, il DWARF 3, e chissà che, in futuro, DWARFLAB non decida di produrre uno strumento con un diametro maggiore, magari un 50 o un 60 mm come fanno i suoi concorrenti diretti, ma con la stessa filosofia di compattezza e trasportabilità: sarebbe davvero un oggetto interessante da testare.
EDIT: Proprio mentre scrivo queste righe DWARFLAB ha annunciato il nuovo Draco, le caratteristiche tecniche esatte non sono ancora state pubblicate, ma avrà un’ottica da 90 mm, probabilmente catadiottrica, e funzioni molto molto interessanti come sensore raffreddato e derotatore di campo… chissà se, prima o poi, riuscirò ad averne uno tra le mani da provare.















